Comedy

Unbreakable Kimmy Schmidt | Anche gli idioti sono persone

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Cominciare a guardare “Unbreakable Kimmy Schmidt” è come tornare a casa percorrendo quel marciapiede pieno di persone che ci riporta al GE Building, sede degli studi televisivi della NBC e teatro delle vicende di “30 Rock”, serie ideata da Tina Fey e terminata nel lontano 2013. Due lunghi anni che non hanno visto nessuna comedy raggiungere le vette toccate da “30 Rock” e con un’eredità che si sono spartite Amy Poehler con il suo “Parks and Recreation” e Julia Louis-Dreyfus con “Veep”.

Sviluppata da Tina Fey e Robert Carlock (showrunner di “30 Rock”) per la NBC già nel 2013 e venduta l’anno successivo a Netflix, “Unbreakable Kimmy Schmidt” è un piacevole ritorno alla comicità e all’umorismo di “30 Rock” unito all’interesse per il mondo adolescenziale che l’attrice ha dimostrato di avere sin dai tempi del cult “Mean Girls”.

Kimmy Schmidt è una ventinovenne dell’Indiana decisa di rifarsi una vita a New York City. Poco male direte voi, un sacco di film ci hanno dimostrato che New York City è una città molto adatta in cui rifarsi una vita. Il problema è che Kimmy è rimasta per quindici anni chiusa in un bunker con una setta guidata da un sedicente reverendo pronto a giurare che fuori da quell’angusto spazio tutto era stato spazzato via dall’Apocalisse. Kimmy però non ha paura e decide di affrontare il suo futuro come farebbe una quindicenne, ovvero con un entusiasmo immotivato e una conoscenza prossima allo zero delle cose della vita.

Dove per cose della vita si intendono i baci mai dati al fidanzato, l’utilizzare un computer (figurarsi quindi uno smartphone o un ipod), sapere cos’è un social-network, conoscere i nuovi menu dei fast food e, non per ultimo, essere capace di abbinare dei capi di abbigliamento senza sembrare una dodicenne fan delle Spice Girls.
La serie racconta in parte tutti i divertenti tentativi di Kimmy di rimettersi al passo coi tempi, di sincronizzarsi con il nuovo millennio dopo un blackout che altro che il Millennium Bug. Però c’è anche altro.

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Perché Kimmy durante i quindici anni di segregazione in compagnia di altre tre donne, ha imparato due cose importantissime che sembrano mancare al mondo di fuori. Kimmy infatti sa essere paziente oltre ogni limite e può permettersi di fare affidamento su sé stessa, abilità che non si trovano proprio dietro l’angolo. E così Tina Fey ci racconta di questa adolescente fuori misura che affronta il mondo con delle armi potentissime capaci di mettere in difficoltà anche i nemici più sgamati (in primis lo stesso reverendo). Ma Kimmy, oltre a un arsenale di tutto rispetto, ha anche un grandissimo potere: la sua stupidità.

Il primo e il secondo episodio della sesta stagione di “30 Rock” – intitolati “Idiots are people two!” e “Idiots are people three!” – vedono il buon Tracy Jordan impegnato a offendere gli omosessuali in uno dei suoi monologhi. Liz da buona produttrice corre ai ripari e scrive un discorso di scuse, dando dell’idiota a Tracy. Che si offende così tanto da montare una protesta a livello nazionale al grido di Idiots are people too!.
In una certa misura, tutti i personaggi creati da Tina Fey sono degli stupidi, da quelli che idioti lo sembrano veramente (il portinaio Kenneth, il team di sceneggiatori, il Dr. Specimen, Tracy) a quelli che lo sono veramente ma pensano di non esserlo (e non a caso in prima linea ci sono proprio Jack Donaghy e Liz Lemon). “Unbreakable Kimmy Schmidt” non fa la differenza e porta questa visione del mondo alla sua massima espressione, con una galleria di personaggi dall’idiozia del tutto umana che non si discosta poi molto dalla nostra.

Tina Fey questi idioti mica li odia, mica li disprezza. La sua scrittura non si pone mai al di sopra e nemmeno li accompagna con accondiscendenza. Tina Fey si limita a osservarli come chi ha la consapevolezza della propria stupidità e ci ricorda con convinzione che – soprattutto per le cose della vita – anche dagli idioti si può sempre imparare qualcosa, proprio come noi impariamo dall’indistruttibile Kimmy Schmidt.

Perché non serve essere ultraconnessi, superinformati e iperaggiornati, non serve vibrare sulla stessa lunghezza d’onda del mondo che ci circonda per poter sopravvivere a quella cosa che si chiama vita. Certe volte basta rimanere chiusi in bunker per quindici anni e il gioco è fatto.

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