Crime

Bosch | L’importanza di fare quel che deve essere fatto

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Se c’è un segnale inequivocabile che segna l’avanzamento dell’età, è che cominci a guardare le serie tv con i poliziotti e le indagini americane, specifico la collocazione geografica perché guardare i poliziotti e le indagini italiane è invece segno inequivocabile che sei cretino. Le serie crime sono una sicurezza per noi vecchi, perché anzitutto non le vedono gli scemi che scrivono le fan-fiction e nemmeno quelli obbligati a scrivere della fiction del momento sul Corriere della Sera. E poi non ci sono smancerie: ci sono le indagini, ci sono i morti, c’è un po’ di sano dolore, qualche bella donna, ci sono i valori o le bastardate dei poliziotti, c’è anche un po’ di sano cameratismo che non sfrocia mai, nemmeno per sbaglio. Non è un bel mondo quello, nemmeno quando c’è la giustizia e le cose vanno per il verso giusto, ma è un mondo che mi piace perché le persone si prendono le proprie responsabilità, anche quando ciò significa rinunciare agli affetti, alla salute e ai propri interessi.

Proprio quello che fa Hieronymus Bosch detto Harry, detective irrequieto dedito al lavoro. Eppure Harry non è di certo il pupillo del dipartimento: carattere forte, etica professionale inscalfibile e un’imputazione per omicidio di un sospettato che pende sulla sua testa. Questo non gli impedisce di lavorare a un caso tranquillo che potrebbe risollevare la sua reputazione, un’indagine vecchia di vent’anni possibile grazie al ritrovamento di un osso della vittima (un ragazzino) in un bosco. La cosa è più complessa di quanto sembri all’inizio, soprattutto quando un serial killer appena catturato rivela dal carcere di essere in possesso di informazioni relative al caso.

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Mi pare stupido cominciare con una precisazione del genere, ma “Bosch” è una serie elegante. Lo è nella sua definizione meno idiota, ovvero quando una ricercatezza nei modi e nell’aspetto coincide perfettamente con la propria natura. Basti vedere la semplicità e la bellezza spiazzante della sigla di apertura – quel jazz che racconta una Los Angeles che si scontra e si compenetra con il suo riflesso – oppure la ferma decisione con cui la regia porta avanti la storia affidandosi in egual misura alle accelerazioni del racconto e ai suoi momenti stagnanti, traendo da entrambi il meglio. Quella di “Bosch” è una storia che procede decisa sui binari del genere e – come spesso accade – estrae linfa vitale dal suo protagonista, facendogli dettare i tempi del racconto e usandolo come privilegiato punto di vista morale delle vicende.

A sostenere il difficile ruolo di protagonista assoluto troviamo Titus Welliver, attore rimasto forse per troppo tempo nelle retrovie delle comparsate di lusso (indimenticabile il suo bastardissimo irlandese di “Sons of Anarchy”, ma i più lo ricorderanno nell’ultima stagione di “Lost” nella versione umana del Mostro di Fumo), che qui trova finalmente il ruolo adatto per dimostrare le sue qualità. Welliver ha il corpo e la testa giusta per impersonare Bosch, possiede quella ruvida eleganza che rende plausibile il susseguirsi di una scazzottata all’ascolto di un disco jazz davanti alla vetrata dell’appartamento che domina la città, rendo entrambi i momenti ugualmente importanti per il suo personaggio.

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Rispetto ai suoi colleghi e a gran parte degli uomini su questo pianeta (me compreso), Harry Bosch riconosce l’importanza di fare quel che deve essere fatto, anche se questo significa la perdita di qualsiasi tornaconto personale, da quello affettivo a quello lavorativo. Tutta la serie si basa su questa incrollabile lealtà di Bosch nei confronti di sé stesso e dei propri ideali, una fede che lo muove in ogni sua scelta. Bosch è un uomo che sacrifica la propria felicità in favore del bene comune e di una giustizia alta che poco ha a che fare con le leggi scritte.

DA QUI IN POI SIETE A RISCHIO SPOILER

La grandezza di una serie come “Bosch” la si misura tutta nel finale, che non perde aderenza col personaggio e preferisce chiudere sottotono piuttosto che tradire la sua natura. In realtà il finale è solo apparentemente sgonfio rispetto al resto della stagione: nel fallimento completo della sua vita (sospeso dall’incarico e con le indagini concluse in un nulla di fatto), Harry Bosch perde tutto tranne che l’onore e la consapevolezza di aver fatto quel che doveva essere fatto. Un finale amaro ma potentissimo.

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