Drama

Better Call Saul | Troppo vecchio per il binge-watching

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Un paio di anni fa ero in vacanza in Norvegia quando cominciò a uscire ad agosto inoltrato l’ultima stagione di “Breaking Bad”. Giusto per farvi capire quanta voglia avevo di vedere la fine della serie, appena tornato da quella che per i norvegesi è la passeggiata della domenica mi mettevo a scaricare le puntate tramite sistemi illegali che non posso divulgare. E niente, dopo un anno di attesa comincio a guardare la prima puntata di questa ultima parte della stagione e scopro che di “Breaking Bad” non me ne frega più niente. Ho perso ogni interesse nei confronti della serie perché – nonostante lo storytelling attento di Vince Gilligan – la fine dei suoi personaggi è già scritta e incisa nelle precedenti stagioni. “Breaking Bad” non poteva più cambiare rotta (intimamente già mi figuravo la morte di ognuno dei personaggi), non poteva sorprendermi di nuovo. L’unica cosa che poteva fare erano acrobazie e salti mortali narrativi per incantarci un istante solo, e fortunatamente Gilligan è salito sul trapezio e ha fatto il suo dovere (scusate per l’immagine non proprio piacevole).

E col cadavere ancora caldo, Gilligan annuncia una serie spin-off (scritta con Peter Gould) tutta dedicata al carismatico avvocato Saul Goodman. Tutto inizia per gioco come una battuta sul set e quindi l’approccio da legal-comedy sembrava la strada giusta, ma ben presto il soggetto si evolve (in durata e ambizioni) trasformandosi in “Better call Saul”, drama con il compito di raccontare le origini dell’avvocato prima dell’incontro con Walter White.

La cosa evidente di “Better Call Saul” è il rinnovato entusiasmo della crew di “Breaking Bad” nel mettere in piedi uno show solido e completo, che procede con meno incertezza del suo predecessore, soprattutto per quanto riguarda il delicato equilibrio tra dramma e humour nero. Anche a livello tematico questo spin-off si dimostra più sicuro di “Breaking Bad” nel seguire i binari dell’evoluzione del personaggio, forse facilitato da una destinazione già scritta e dai numerosi rimandi che la sua storia ha con quella di Walter White (e qui ci si potrà scatenare sulle sottigliezze filosofiche delle due mutazioni).

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Il fatto è che di “Better Call Saul” già non me ne frega più niente. L’ho detto: è una serie scritta bene, girata e recitata ancora meglio e – dal punto di vista puramente tecnico – si dimostra spesso superiore a “Breaking Bad”, proprio perché tutto ciò che la compone è il frutto di anni di ricerca da parte di Vince Gilligan e del suo team.

In questo “Better Call Saul” è sicuramente un lavoro derivativo: non solo vive dell’esperienza del suo predecessore, ma come un parassita ne assorbe gli stilemi, i trucchi e le magie.

Questo è anzitutto la conferma che lo stile di “Breaking Bad” non solo è risultato vincente per la serie stessa (e chi ci avrebbe scommesso una lira sette anni fa?) ma si è anche trasformato in un prodotto adattabile ad altre storie. Lo stile registico e narrativo pensato da Gilligan è penetrato prepotentemente nel nostro immaginario: tra grandangoli, piani lunghi, e l’insistenza sui particolari, in “Better Call Saul” rivivono tutti i modi narrativi di “Breaking Bad”, a partire dallo straordinario gioco di smarrimento delle scene pre-credit slegate dal resto dalla narrazione (ma che sappiamo che prima o poi ritroveremo nella serie) e l’uso drammatico con cui Gilligan gioca con il kitsch. “Better Call Saul” canta sin dai primi istanti, il trionfo di un meccanismo narrativo che è inaspettatamente diventato popolare.

A me però “Better Call Saul” ha annoiato un poco. Ci tengo a precisarlo nuovamente: la serie è quanto di meglio scritto, girato e recitato possiate trovare quest’anno, ma ha smesso di interessarmi dopo trenta minuti di pilota. Forse è un problema strettamente personale che deriva direttamente da come ho vissuto l’ultima stagione di “Breaking Bad” (ergo, non ne potevo veramente più) e per la mia totale indisposizione al binge-watching, un nome inglese per descrivere gente che invece di bere la droga si guarda in una settimana undici stagioni di X-Files (per farvi capire, io l’ho cominciata due anni fa e ancora sto alla terza stagione).

Quindi se siete tra quelli che hanno bisogno della droca televisiva dopo la fine di “Breaking Bad”, “Better Call Saul” fa il caso vostro. Io per ora preferisco drogarmi di vita.

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