Horror

American Horror Story: Freak Show | Stagione 4

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Il quarto capitolo della serie antologica “American Horror Story” più che portare rinnovamento o sfruttare quella che ormai sembrerebbe essere una tradizione, dà l’idea di essere l’affermazione e la glorificazione del canone narrativo che ha portato la serie al successo. Un canone che non è privo di difetti ma che – in quanto tale – li codifica e li rende non solo regola, ma punti di forza indispensabili per definire l’andamento della storia e per tenere il pubblico in una zona di sicurezza.

Non dimentichiamocelo: “American Horror Story” è una soap-opera dell’orrore. Lo è soprattutto quando crea un ambiente che illude lo spettatore di trovarsi in una zona di pericolo (misteri, intrighi, personaggi poco raccomandabili, terrori di varia foggia e misura, lo stesso atto di autodefinirsi Storia dell’Orrore) per poi rassicurarlo continuamente con una safe zone costruita su uno schema immutabile perpetuato di stagione in stagione e sulla conseguente consapevolezza di trovarsi dietro a uno scudo che ci protegge da qualsiasi emozione indotta dal racconto.

Giunti alla quarta stagione, lo schema messo in piedi da Ryan Murphy e Brad Falchuk per tenere in piedi la loro creatura, è chiaro anche agli occhi dello spettatore meno attento. Anche “American Horror Story: Freak Show” riprende infatti la stessa struttura utilizzata nelle precedenti stagioni e mai variata dai due autori. Una struttura che possiamo sintetizzare in maniera molto semplice:

  • Le prime quattro puntate servono per introdurre TUTTO. Ambientazione, personaggi, relazioni, temi. Qualche flashback, un po’ di splatter divertente. Al suo esordio “American Horror Story” non fa di certo il timido e mostra tutto quello che ha da offrire.
    In questa fase gli sceneggiatore non si preoccupano di dover dare una coerenza narrativa al tutto: predispongono gli elementi, mostrano i punti di contatto e suggeriscono futuri collegamenti.
  • Tutto questo fino alla tradizionale double-feature di Halloween. Spesso sono le puntate migliori della stagione, quelle più divertenti e dove di solito vanno a finire le idee migliori.
  • Da qui in poi gli sceneggiatori non sanno più che fare perché si sono accorti che non riusciranno MAI a chiudere in tempo tutte le storyline. E quindi procedono a casaccio e buttano un sacco di fumo negli occhi infilando spesso e volentieri lunghissimi flashback, qualche colpo di scena e continui snodi narrativi.
  • Nella tredicesima puntata muoiono tutti tranne tre persone. Far morire tutti è un ottimo modo per togliersi di torno un sacco di problemi di scrittura. Così gli sceneggiatori possono tranquillamente interessarsi solo ai tre personaggi sopravvissuti e tentare di portare a casa la stagione senza fare la figura dei sciemi.

Capito come funziona?

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Inutile lamentarsi della serie quindi. Non è approssimativa per pigrizia, lo è per uno studio calcolato e attento dei bisogni e dei gusti dei suoi spettatori, diventando in questo modo inattaccabile sotto ogni punto di vista. “American Horror Story” rinuncia alla narrazione e fonda tutto sul rapporto che le immagini – inusuali anche nella serialità televisiva d’oggi – instaurano con lo spettatore, mostrando (e spesso solo suggerendo) tutti quei piccoli desideri e quelle perversioni che nascondiamo.

E “American Horror Story: Freak Show” con il suo circo di mostri e orrori della natura, è il territorio perfetto per far crescere quelle immagini di cui la serie si ciba. E così tra snuff movie nazisti, threesome come gemelle siamesi, casalinghe che si fanno masturbare selvaggiamente dal Ragazzo Aragosta, clown assassini e ragazzini viziati che si fanno il bagno nel sangue, Murphy e Falchuk hanno celebrato anche quest’anno la solita dogmatica messa cantata alle depravazioni della casalinga del nuovo millennio.

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