Storico

Manhattan | Stagione 1

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Ogniqualvolta una serie tv decide di non basare tutto il suo coinvolgimento emotivo sulla pura soap-opera, sento una forza dentro che neanch’io so come. Per me ha davvero del miracoloso che qualcuno oggigiorno riesca ancora a compiere coraggiosamente una scelta del genere in un mondo dove una serie televisiva con protagonisti degli esseri umani capitati in mezzo a un’apocalisse zombie, vada avanti non grazie alle fucilate nel cervello marcio dei morti viventi o alle cose brutte e malvagie che fanno gli uomini quando si trovano in pericolo di morte, ma a quel bel gioco che i più chiamano chi-scopa-con-chi. E trovarsi davanti a “Manhattan” è quindi un piccolo miracolo, anche perché era molto facile cadere nel tranello del sentimentalismo spiccio, credendo di raccontarci con una bella dose di amore, corna e riappacificazioni una storia migliore rispetto a quella di due gruppi di scienziati (e relative famiglie) sbattuti in mezzo al deserto nel disperato tentativo di costruire la bomba atomica prima dei nazisti assicurandosi quindi la vittoria della Seconda Guerra Mondiale.

Sam Shaw mette al centro della sua serie la ricerca scientifica, rendendola contemporaneamente tema e motore narrativo. La narrazione procede infatti in maniera serrata seguendo il lavoro dei due gruppi di studio e illustrandone scoperte e progressi, per poi appoggiare di conseguenza gran parte della narrazione drammatica sulle rivalità tra gli scienziati. Shaw lascia spazio a pochissimi altri elementi: un pizzico di spionaggio, qualche momento di pura politica, ma per il resto la tensione continua e logorante di questa ricerca scientifica è il perno attorno a cui ruota tutta “Manhattan.

E la scrittura si sobbarca il compito di descrivere questa infinita tensione e questo  continuo senso del pericolo in cui si trovano i protagonisti della serie. Come tradizione americana insegna, lo fa attraverso la descrizione di una piccola comunità (solitamente è un paesino della provincia, qui siamo invece in un paese artificiale disperso nel New Mexico), alternando sapientemente un punto di vista panoramico – le politiche interne del campo, quelle esterne degli Stati Uniti d’America, il luogo di lavoro – con un altro che invece si avvicina ai protagonisti e li riprende nel dettaglio delle loro abitazioni private, cercando di raccontare il quotidiano di queste famiglie, terreno fertile per lotte, tensioni e incomprensioni tanto quanto il proprio ufficio o il campo di battaglia.

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Sam Shaw evita le derive soap-operistiche facendo confluire la vita privata nel processo di ricerca scientifica per rafforzare entrambi gli elementi, proprio come succede in “Masters of Sex” (di cui Shaw ha scritto qualche episodio). Dalla serie di Annaleigh Ashford, “Manhattan” prende anche un altro elemento, ovvero la modalità con cui vengono raccontate le donne. Scansando ogni femminismo da quattro soldi, Shaw ci racconta di tre donne indipendenti che non hanno paura delle proprie idee, del proprio corpo e delle proprie convinzioni, che usano per combattere e scontrarsi tanto quanto i loro mariti e i loro colleghi.

Non c’è nessun stupido tentativo di fare del semplice femminismo, non ci sono bandiere e non ci sono rivendicazioni: Shaw scrive dei buoni personaggi femminili perché vuole farlo e perché se lo meritano, non perché investito di una missione o  per attirarsi le grazie del pubblico femminile pronto a immedesimarsi nella prossima eroina femminista (ma aspettando dietro l’angolo il Mr. Grey di turno). Quelle di “Manhattan” sono donne intelligenti e belle, donne che si scontrano con la quotidianità dell’epoca per dimostrare di non essere proiezioni del successo del proprio consorte o dei propri colleghi.

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